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Credits
Le foto inserite relative al Museo Archeologico di Teanum Sidicinum si pubblicano su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali - Soprintendenza peri Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta. E' vietata la riproduzione.
 
Il testo è stato curato dal dott. Francesco Sirano
(Direttore dell'Ufficio Archeologico di Teano)
 
 
Tempietto - Località Loreto
Gioiello proveniente da fondo Ruozzo
Statua di Demetra con un porcellino nella mano destra
Stele funeraria ad edicola in tufo
Sala VI - La più antica raffigurazione dell'Epifania
su mosaico sino a oggi nota
Veduta generale - Sale VI e VII
Reperti da Necropoli Torricelle
Reperti da Orto Ceraso
 
 

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L'allestimento del Museo Archeologico
di Teanum Sidicinum
 
Il museo di Teanum Sidicinum racconta, mediante l'esposizione ragionata di poco meno di mille reperti, la storia della città e del suo territorio dal periodo preistorico (Paleolitico Medio - 120.000-35.000 anni fa) alla tarda Antichità (VI-VII secolo d.C.). Al centro dell'Atrio si segnala una pregevole scultura in marmo pentelico raffigurante una Musa (o una figura mitologica) e proveniete da un edificio termale posto sulla Trinità. Nella sala di accoglienza (Sala I), l'inquadramento territoriale delimita le terre dei Sidicini, al cui centro scorreva il Savone (l'antico Savo) dal regime idrico impoveritosi nei secoli.
Una vetrina con materiali pre e protostorici introduce alla visita della prima navata (Sale II-IV) dedicata all'illustrazione della lunga fase storica durante la quale i Sidicini vivevano in villaggi dislocati sul territorio in punti di valore strategico sia per la difesa, sia per il controllo delle vie di comunicazioni da e per la costa e l'entroterra appenninico.
Le prime due sale di questa sezione sviluppano il tema della religione e dei santuari dei Sidicini. Tra l'VIII e il VI secolo a.C. (700 - 500 circa a.C.) i luoghi di culto erano collocati presso fonti d'acqua (Torricelle, Fontana Regina) o lungo il corso di antichissimi itinerari nord-sud (masseria Cellarone): semplici vasi di uso comune, in molti casi ridotti in miniatura, accanto a più rare ceramiche da mensa in bucchero di produzione capuana, restituiscono testimonianza degli atti di devozione qui svolti.
Su un'altura non lontana dalla rocca di Teano, posta a dominio del Savone, si trova il santuario destinato a diventare il più importante centro religioso della città antica, detto convenzionalmente di località Loreto. Le vetrine lungo il lato destro della sala raccolgono, in ordine cronologico, un'esemplificazione degli ex voto. Si fanno notare le iscrizioni graffite risalenti al III e al II secolo a.C. Oltre agli splendidi bronzetti raffiguranti figure femminili e l'eroe Ercole, che coprono un arco cronologico che va dal 400 al 200 circa a.C., degna di attenzione è l'esemplificazione dei tempietti votivi in miniatura, uno dei quali quasi totalmente ricostruito risale al II secolo a.C.
Nelle vetrine di sinistra i reperti sono disposti ad illustrare le divinità venerate nel santuario e le caratteristiche della dea Popluna, divinità principale dei Sidicini e protettrice del popolo sia negli aspetti connessi alla sfera della maternità, sia in quelli legati alla difesa del territorio.
Il passaggio tra le sale II e la III è dedicato al fenomeno della moneta intesa sia come parte dei tesori custoditi nei santuari, sia come simbolo e conseguenza della stretta alleanza tra Teano e Roma sulla base della quale la città sidicina ebbe il diritto di battere moneta durante tutto il III secolo a.C.
La sala III è occupata dai materiali provenienti dal santuario della località Masseria Soppegna, Fondo Ruozzo, che si trovava all’interno di uno dei villaggi sidicini lungo il Savone. Già alla fine del VI /inizi del V secolo a.C. fu costruito un tempio dalle poderose pareti in blocchi di tufo decorate con semicolonne coronate da curiosi capitelli ionici con un fiore di loto tra le volute.
Il santuario fu frequentato per secoli poiché qui i Sidicini compivano importanti riti connessi al passaggio dall'età infantile a quella adulta sotto gli auspici di Popluna, il cui culto era qui duplicato accentuandone l'aspetto connesso alla protezione dei giovani e alla guerra.
Sul lato destro della sala, la prima vetrina contiene pregevoli esemplari di teste di statue votive che vanno dal 550 circa a.C. al IV e III secolo a.C.
Notevole l'anfora attica a figure nere (510 circa a.C.), riparata in antico, con scena dionisiaca sul lato A.
Al centro della sala è posta anche una preziosa statua femminile di terracotta con un porcellino nella mano destra (tipico attributo della greca Demetra) e abbigliata con un mantello a pieghe avvolto su una veste lunga sino alle gambe. Le vetrine alle spalle di essa, da sinistra a destra, contengono reperti che descrivono le competenze di questa divinità: l'agricoltura, la protezione dei fanciulli, la protezione della comunità in armi, la guarigione dalle malattie. Straordinarie sono le statue in terracotta, di varie dimensioni, che recano sulle spalle fanciulli, sino ad un massimo di tre per lato; le statuette in tunica, in nudità eroica e quelle di guerrriero, caratterizzate da uno stile originale e da una grande cura nella resa dei dettagli (elmi, cinturoni, copricapo).
La sala IV è dedicata ai villaggi, per lo più noti proprio attraverso il ritrovamento dei cimiteri nei quali gli abitanti venivano sepolti. Attraverso i corredi funerari si apprende come le donne sfoggiassero preziosi gioielli (anelli, orecchini, bracciali, fibule per tenere il velo sulla testa o per allacciare le vesti) e portassero con sé nella tomba anche contenitori per unguenti e altri accessori relativi al mondo muliebre.
Gli uomini, oltre ad esercitarsi nell'uso delle armi, intrattenevano anche rapporti conviviali con i loro pari: notevoli i servizi di vasi da banchetto, anfore da trasporto, grandi crateri nei quali, secondo la tradizione ellenica, si stemperava la forza alcolica del vino antico con acqua, brocche, calici.
Attraverso un'aerea passerella in vetro, dalla quale si ammirano i resti dell'edificio romano (I secolo a.C.-V secolo d.C.) che ha preceduto il Loggione medioevale, si apre con la sala V la seconda navata, dedicata alla città. Come già accennato, alla fine del IV secolo le necropoli dei villaggi risultano abbandonate, contemporaneamente iniziò l'utilizzo della vasta necropoli che circonda ad ovest Teano. Il capoluogo dei Sidicini assunse ben presto l'aspetto di una grande città; mura di difesa furono costruite a protezione della rocca e della città bassa. Importanti trasformazioni investirono una società sino ad allora orgogliosamente chiusa in una sorta di splendida autarchia culturale.
Mutò il rito funerario: l'inumazione tipica dei popoli oschi fu sostituita gradualmente dall'incinerazione, che è il tipico rito romano; si diffuse l'uso della lingua scritta (vasi graffiti: si vedano le firme di artigiani nella sala VI, sezione ceramica) e assai precocemente i Sidicini assimilarono all'interno del proprio ordinamento politico magistrature tipicamente romane, quali il tribunato della plebe, come testimonia una dedica in osco ad Apollo da parte di un magistrato che si definisce tribuf plifriks (tribuno della plebe), rinvenuta nel teatro (sala VII).
Lo splendido corredo della tomba 79, ancora ad inumazione (fine IV/ primi decenni del III secolo a.C.), è un buon esempio di sepoltura femminile di livello alto con gioielli importati da Cuma e Taranto, oggetti da toeletta preziosi, servizi da mensa realizzati nella nuova ceramica a vernice nera festosamente decorata con sovraddipinture, punzonature e incisioni prodotta a Teano stessa.
Le tombe di Orto Ceraso attestano la penetrazione di usi e costumi romani nella semplicità della composizione dei corredi funerari e per la presenza delle installazioni per i periodici rituali in memoria del defunto. Pur nella uniformità delle regole relative alle cerimonie funebri, le famiglie abbienti non mancavano di sottolineare il loro livello sociale collocando come segnacoli tombali delle magnifiche stele in tufo a forma di tempietto all'interno del quale è raffigurato il defunto.
La sala VI è dedicata alla città ellenistica e romana. Al centro e sul lato sinistro per chi vi entra si trovano un mosaico a tessere bianche e nere da una casa scavata lungo l'attuale viale Ferrovia (I secolo a.C./inizi I secolo d.C.) e alcuni ritratti provenienti da case o edifici pubblici della città imperiale.
La sala è articolata in quattro zone, corrispondenti ciascuna ad un angolo, da sinistra a destra: la forma della città; la produzione di ceramica ellenistica; la società romana attraverso la documentazione epigrafica; il periodo tardo antico; il territorio in età imperiale. Grandiosa l'estensione della città, sin dal primo ellenismo, tale da indurre alla fine del I secolo a.C. Strabone a classificarla come la maggiore delle città della Campania interna dopo Capua.
Colonia con Augusto, Teano restò durante tutta l'età imperiale uno dei centri più importanti della Campania, come dimostrano le numerose dediche in onore di imperatori e di personaggi illustri a Roma che ricoprirono il ruolo di patroni della colonia. Non si potrà però abbandonare la sala senza avere ammirato il mosaico proveniente dalla località S. Amasio, lungo l'antica via Latina, dal mausoleo della gens Geminia, potente famiglia radicata tra Lazio e Campania con forti interessi in Africa tra II e III secolo d.C..
Il mosaico è scompartito in due scene separate al centro dal monogramma del Cristo: sul lato destro vi è la scena dell'Adorazione da parte dei Magi di Gesù, raffigurato benedicente assiso sulle ginocchia della Vergine; sul lato sinistro due padri della Chiesa, o piuttosto i due apostoli Pietro e Paolo, designati martiri dalla palma. In alto corre l'iscrizione dedicatoria del mosaico che era stato commissionato da Geminio Felice per la defunta moglie Felicita verso il 350 d.C. Si tratta della più antica raffigurazione dell'Epifania su mosaico sino ad oggi nota.
L'ultima sala (VII) espone i materiali provenienti dal teatro, edificio ellenistico completamente rinnovato in forme grandiose tra i regni di Settimio Severo e Gordiano III.
Da destra verso sinistra sono esposti reperti in tufo, probabili decorazioni dell'edificio ellenistico (una statua di Giove, un capitello a sofà, la mensa di altare con dedica ad Apollo); lastre e basi per tavoli (trapezofori) in marmo bianco con decorazioni a racemi fioriti appartenenti ad un rinnovo della decorazione della seconda metà del I secolo a.C. e una galleria di sculture in marmo pentelico.
Queste ultime si datano al passaggio tra I secolo a.C. e I secolo d.C. e furono certamente utilizzate ancora per decorare l'edificio scenico del III secolo d.C. Sul lato sinistro trovano posto le statue ritratto, al centro e sul lato destro le statue ideali e di divinità (Venere, il fiume Nilo, riconoscibile dalla presenza dei Putti personificazione dei Cubiti, uno dei Dioscuri, Dioniso).
Tra i ritratti del III secolo d. C. spiccano quello di Giulia Mamea e la testa colossale di Massimino il Trace (235-238 d. C.) con segni di rilavorazione come Gordiano III. Il grande busto incorniciato entro una scenografica nicchia si trovava anch'esso sulla facciata dell'edificio scenico al di sopra della porta centrale e raffigurava probabilmente un imperatore seduto in trono in veste di Giove.
 
 
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