Presentazione di Ermanno Corsi
Quando ho avuto modo di vedere i lavori che fanno parte di questa mostra e di scambiare qualche idea con l'autore Sergio Cirelli, ho cercato subito di capire quale era il significato prevalente delle sequenze proposte. E poi se esse riuscivano a comporre un discorso unitario o l'accennavano soltanto: cioè di capire, anche attraverso questa mostra, quale era il grado di creatività e di autonomia raggiunto dalla fotografia sia come mezzo espressivo che come professione.
Non c'è voluto molto tempo per dare risposte positive ai quesiti che, mentalmente, si venivano ponendo. Con un titolo tipico della narrativa legata al mondo di Cesare Pavese, l'autore della mostra vuole rendere la sua personale testimonianza, ma sollecitando un interesse più generale, verso una civiltà che ancora esiste, sia pure a tratti come residuo del progresso industriale, e che è quasi alla soglia del tramonto.
I messaggi lanciati da Sergio Cirelli sono diversi e si riassumono in un vivo senso di allarme: rivediamola, questa civiltà, nei suoi aspetti costitutivi essenziali, prima che sia troppo tardi e che si volti pagina. Non un "amarcord", ma una ricerca dal contenuto culturale ben definito. Non una celebrazione, ma una testimonianza di grande significato morale e antropologico insieme.
Il valore creativo della mostra scaturisce a questo punto come conseguenza diretta del suo contenuto. La fotografia, come mezzo espressivo, entra così a pieno titolo nella "società della comunicazione" e diventa la "coscienza" di una comunità. |